Il passaggio da un’alimentazione esclusivamente a base di latte a una dieta che include altri cibi rappresenta una tappa cruciale per ogni famiglia. Conosciuto comunemente come svezzamento, il termine più corretto è alimentazione complementare. Questo perché i nuovi alimenti non sostituiscono, ma affiancano il latte, che rimane un pilastro fondamentale. L’integrazione diventa necessaria perché, a partire dai sei mesi di vita, il latte inizia gradualmente a perdere la sua completezza per quanto riguarda vitamine e sali minerali. Affrontare questa fase con serenità e informazioni corrette è l’obiettivo di ogni genitore. Per fare chiarezza, abbiamo intervistato il dottor Giuseppe Varrasi, noto sui social come “dottor Beppe”, pediatra in servizio a Brescia. Attraverso brevi video, il dottor Varrasi spiega ai giovani genitori le pratiche più adatte per crescere i propri figli. Ecco le dieci domande più frequenti sullo svezzamento e le risposte basate sull’evidenza scientifica.

A quanti mesi è opportuno iniziare lo svezzamento e come capire se il bambino è pronto?

Il dottor Varrasi indica che il momento appropriato per iniziare l’alimentazione complementare è intorno ai sei mesi di vita. “Una volta si iniziava anche più precocemente, ma il tema è che il bambino debba raggiungere alcuni livelli di maturazione”, afferma il pediatra. Il primo segnale di prontezza è la capacità di mantenere una posizione eretta con sostegno. “Innanzitutto deve stare diritto quando viene messo seduto, è chiaro che non riesca ancora a stare seduto da solo a sei mesi, però anche sostenuto nel seggiolone con dei cuscini è importante che non si accasci”.

Il secondo indicatore cruciale è la scomparsa del riflesso di estrusione. “Deve aver superato il riflesso di estrusione, quel movimento per cui quando gli si propone un cucchiaino i bambini spingono fuori con la lingua: un riflesso che ha senso nella suzione, ma può essere un ostacolo da superare”. Il terzo segnale è l’interesse attivo verso il cibo degli adulti. “Deve mostrare un certo interesse verso il cibo, esponendolo alla tavola dei grandi mentre mangiano i genitori, in modo che veda la gestualità degli adulti”.

Meglio le classiche pappe o lasciare che il bambino esplori gli alimenti in autonomia?

Secondo il dottor Varrasi, non esiste un unico approccio vincente. Entrambe le strade sono praticabili. L’autosvezzamento, che prevede l’offerta di cibi a pezzetti, può generare ansia in alcune famiglie. “Ci sono famiglie in cui iniziare con i cosiddetti ‘pezzetti’ o l’esplorazione costituisce un trauma, perché l’autosvezzamento si porta appresso la paura che gli alimenti vadano di traverso”. D’altro canto, le preferenze del bambino giocano un ruolo altrettanto importante.

“Ci sono bambini che non accettano le pappe e bambini che non accettano i pezzettini”. La soluzione proposta è un compromesso flessibile. “Io personalmente propongo una soluzione di compromesso, i bambini tra i 6 e gli 8-9 mesi sono più propensi a mangiare cremoso perché non hanno nessuna struttura masticatoria, e in più non hanno ancora una presa stabile ma solo una presa palmare”.

Quante volte dovrebbe mangiare il bambino e in quale quantità?

Il dottor Varrasi sottolinea che le quantità sono molto variabili e che i bambini possiedono un innato meccanismo di autoregolazione. “La linea guida di massima, ma molto di massima, dice di stare sul litro giornaliero di quantità totale, tra latte e pappe”. Il numero di pasti tende a stabilizzarsi naturalmente. “Quello che di solito notiamo è che il bambino nei primi mesi di vita mangia più pasti di latte, più volte al giorno perché non è capace di fare il pieno.

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Poi quando si stabilizza su intervalli sostenibili mangia 4-5 volte al giorno, e quelle 4-5 volte rimangono anche durante lo svezzamento: anziché essere tutti pasti di latte, uno o due di questi diventano di pappa”. Le quantità devono essere commisurate, poi i bambini si autoregolano molto. “È difficile che un bambino metta peso perché mangia tanti fagiolini. L’importante è proporre sempre cibi poco elaborati: se nel biberon ci mettiamo il biscottino, sono zuccheri superflui”.

Quando si inizia lo svezzamento il latte va ridotto o eliminato?

Il latte materno o formulato rimane una componente essenziale della dieta. “Il latte solitamente copre i pasti non coperti dalle pappe”, spiega il dottor Varrasi. La riduzione avviene in modo graduale e spontaneo. “Ci sono bambini che spontaneamente riducono il latte fino ad annullarlo, perché inizia a piacergli di meno, o nel secondo anno di vita perché lo tollerano di meno, ma sono eccezioni. La maggior parte semplicemente a 10 mesi mangia due pasti di pappa e il resto sono pasti di latte”. Lo schema dietetico consigliato è semplice.

“Lo schema consigliato è quello di tenere due pasti di latte e due di pappa”. Il pediatra affronta anche il tema del legame tra latte e sonno. “Una questione importante è quella del rapporto col sonno: a 7, 8 o 9 mesi il sonno è percepito come un distacco dalla mamma, quindi il bambino che si sveglia di notte e cerca la mamma, se riesce a mangiare qualcosa (attaccandosi al seno) è ancora più contento, perché intrattiene la mamma più a lungo. Quindi può accadere che bambini che assumono in questo modo il latte durante la notte, poi giustamente durante il giorno non lo vogliano”.

Quali alimenti andrebbero evitati nei primi mesi e come introdurre potenziali allergeni in modo sicuro?

Il dottor Varrasi sfata un mito comune: ritardare l’introduzione degli allergeni non previene le allergie. “In passato un inserimento prudente di alimenti era legato a un equivoco: negli anni ’90 si pensava di poter prevenire le allergie alimentari ritardando l’introduzione degli alimenti a rischio, quindi uovo, pesce venivano dati dopo. Poi si è visto esattamente il contrario, cioè che più ingredienti assaggi tra i 6 e gli 8 mesi e più è probabile che li tolleri”.

L’approccio moderno è quello della diversificazione precoce. “Il nostro invito è quello di provare rapidamente vari cereali, verdure e fonti di proteine, come carne, pesce, uovo e legumi: poi con buona pace della tradizione delle nonne, se uno vuole iniziare lo svezzamento dando un passato di ceci va bene lo stesso”.

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Esistono, tuttavia, alimenti da evitare con certezza. “Quello che invece è vietato anche nei mesi successivi sono i crudi, perché c’è un rischio infettivologico, i funghi, che fino a poco tempo fa erano vietati o sconsigliati fino ai 10 anni di vita del bambino, e la frutta secca, perché si rischia che vadano di traverso, oltre ovviamente agli alcolici e al caffè”.

Nelle pappe è possibile aggiungere sale o zucchero?

La risposta del pediatra è netta e chiara. È assolutamente vietato l’uso di entrambi. “Il sale all’incirca fino all’anno, è preferibile contare sulla sapidità dei sapori degli ingredienti”. La motivazione è fisiologica. “Il motivo è che il bambino nasce con una immaturità del rene e non è in grado di concentrare molto le urine: in altre parole non è capace di fare la pipì scura, la fa diluita, quindi se gli do dei sali, per eliminarli butta via un sacco di liquidi”. Anche per lo zucchero il divieto è categorico.

“Per quanto riguarda lo zucchero, viene già assunto dai bambini in altri alimenti: la frutta è zuccherata, gli amidi dei cereali e i legumi contengono zuccheri, ma sono zuccheri complessi. Lo zucchero semplice, quello che mettiamo nel caffè, non è consigliabile: quindi se le nonne vogliono fare un regalo al bambino non gli dessero le caramelle ma meglio una bella composta di frutta”.

È normale che il bambino si sporchi molto o sembri a volte giocare con il cibo?

Il dottor Varrasi rassicura i genitori: sporcarsi e manipolare il cibo è un comportamento positivo. “Questa è una cosa che faceva inorridire la mia generazione: il bambino che si impiastra tutto era considerato uno spettacolo orribile. In realtà non è esattamente così, anzi è il contrario”.

Il gioco è una simulazione della realtà e attraverso di esso i bambini apprendono. “Lei ha usato la parola gioco che è una parola meravigliosa, tutto quello che i bambini imparano lo imparano giocando. Cosa può fare un bimbo di 8 mesi? Spiaccica tutto sul piatto e si impiastra tutto, è un tipo di esperienza sensoriale che si ritiene sia utile, quindi non è giusto privare il bambino di questo”. L’educazione alle buone maniere avverrà in un secondo momento.

“Poi è chiaro che quando diventa più grande gli si insegna che alcune cose è meglio non farle, ma questo è un processo di educazione che non ha niente a che fare con l’esplorazione iniziale”.

Cosa fare se il bambino rifiuta il cibo?

La prima regola è il rispetto dei tempi e delle sensazioni del bambino. “Bisogna rispettarlo, perché assillarlo con la proposta di cibo non lo aiuta”, afferma il dottor Varrasi. È fondamentale distinguere un rifiuto temporaneo da uno persistente.

“Occorre capire se questo rifiuto è legato a una patologia, cioè sia un rifiuto momentaneo perché ha male al pancino o qualche scarica di diarrea, o due linee di febbre e quindi per questo non ha appetito. In questi casi è facile perché durano solo l’arco della patologia”.

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Se il rifiuto si prolunga, è opportuno indagare. “Se invece l’inappetenza dura un po’, serve fare valutazioni su eventuali carenze di ferro, ma queste situazioni sono una minoranza: può anche succedere che un bambino rifiuti il cibo perché ne è annoiato o non ne ha bisogno, perché sta crescendo bene lo stesso”. Il rifiuto non è una cosa allarmante, a meno che il bambino non mangi proprio nulla. “In quel caso si porta a fare una visita dal pediatra”.

Come prevenire il rischio di soffocamento?

Il dottor Varrasi ritiene che la paura del soffocamento sia spesso sopravvalutata. “Si tratta di un rischio sopravvalutato, a mio avviso: è una cosa che certamente esiste, ma non con la frequenza che si teme”. Con le pappe cremose il rischio è nullo.

“Finché i pasti sono cremosi il rischio è zero in caso di bambini sani e normocompetenti, poi nel momento in cui iniziano a mangiare i pezzettini, se assunti con gradualità, iniziano a gestire la sensazione”. Il pediatra fornisce un consiglio cruciale in caso di incidente. “Quello che è importante sapere è che se al bambino va qualcosa di traverso, non bisogna mai mettergli le dita in gola, perché si rischia di spingere sotto quel pezzettino di cibo, quindi quello che non era un soffocamento lo diventa per colpa del genitore”.

La conoscenza delle manovre di disostruzione è raccomandata. “Poi ognuno dovrebbe conoscere le manovre di disostruzione, ma non per lo svezzamento, bensì per la vita”.

Durante lo svezzamento il bambino ha bisogno di integratori e quali?

La supplementazione di Vitamina D è ampiamente raccomandata. “La vitamina D è consigliabile per l’intero primo anno di vita, e per gli autunni e inverni fino a 6 anni, perché aiuta anche le difese immunitarie, quindi durante lo svezzamento a maggior ragione è utile”.

Per quanto riguarda il ferro, la necessità di integrarlo è meno comune. “Un altro integratore che può essere possibile dare a un bambino in questa fase è il ferro, anche se oggettivamente per andare in carenza di ferro un bambino o deve essere nato molto pre termine, oppure un bambino che per varie ragioni non mangia carne o segue una dieta diversa”. Diete particolari, come quella vegana, richiedono attenzioni specifiche.

“Faccio l’esempio dello svezzamento vegano: non è che un bambino non possa seguirlo, ma un’alimentazione esclusivamente a base vegetale può dare carenza di alcune vitamine, come la B12, che quindi vanno supplementate”.

In generale, per un bambino che segue una dieta varia, gli integratori multivitaminici non sono necessari. “Se un bambino mangia un po’ di tutto, ha già risolto il problema dell’integrazione: le vitamine servono tutte, ma non in quantità enormi.

Per prevenire lo scorbuto i marinai mangiavano uno spicchio d’arancia o di limone a testa: allo stesso modo a un bambino basta uno spicchio di mandarino per avere la vitamina C che gli serve”.

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