C’è un’aria pesante negli studi medici di tutta Italia, una miscela di stanchezza cronica e rassegnazione che va ben oltre il solito “burnout” post-pandemico. L’ultima goccia, quella che minaccia di far traboccare un vaso ormai colmo di burocrazia e scadenze, ha un nome preciso: il decreto Schillaci. Al centro della contesa c’è una bozza di riforma che propone un cambiamento epocale: la possibilità per i medici di medicina generale (MMG) di rinunciare alla loro storica autonomia per diventare, su base volontaria, dipendenti pubblici.

A prima vista, per un osservatore esterno, potrebbe sembrare un’agevolazione. “Meno rischi d’impresa, ferie pagate, orari stabiliti”, dirà qualcuno. Ma se si scava sotto la superficie della retorica ministeriale, si scopre perché la categoria è in rivolta e perché molti gridano alla distruzione della professione.

La fine di un modello: il rapporto di fiducia

Il cuore pulsante della medicina di base in Italia è sempre stato il rapporto fiduciario. Il medico di famiglia non è un ingranaggio di una catena di montaggio burocratica; è, o dovrebbe essere, il primo presidio di salute sul territorio, colui che conosce la storia clinica, il contesto familiare e persino le fragilità emotive dei suoi assistiti.

La riforma, introducendo la dipendenza, rischia di trasformare il medico in un funzionario. Inquadrare il medico di base come dipendente del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) significa inserirlo in una gerarchia rigida, dove l’efficienza viene spesso misurata in termini di “prestazioni erogate” e non di “tempo dedicato all’ascolto”. La paura è che la libertà clinica venga sacrificata sull’altare della quadratura dei conti delle ASL.

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Il miraggio della “volontarietà”

Il Ministro Schillaci ha sottolineato che il passaggio alla dipendenza sarà su base volontaria. Ma è proprio qui che si annida il timore dei sindacati di categoria. In un sistema dove le risorse per la medicina convenzionata vengono costantemente tagliate e dove il carico amministrativo (ricette, certificati, pratiche INPS) è diventato insostenibile, la “scelta” di diventare dipendenti rischia di essere un ricatto mascherato.

Se lo Stato smette di investire negli studi privati dei medici, rendendo impossibile la gestione economica dell’attività (affitto, personale di segreteria, infermieri), la dipendenza diventerà l’unica via di fuga per non fallire. Non sarà una scelta, ma una resa. E con la resa, scompare la figura del professionista autonomo capace di fare da filtro critico tra il paziente e l’ospedale.

Il deserto dei territori

La riforma si inserisce nel più ampio progetto delle Case di Comunità, i nuovi hub previsti dal PNRR. L’idea di base è condivisibile: aggregare i servizi. Tuttavia, il rischio è la creazione di “cattedrali nel deserto” dove il medico è costretto a turni rigidi, lontano dai quartieri e dai piccoli paesi.

In un’Italia che invecchia, dove la cronicità richiede una presenza capillare, accentrare i medici di base significa allontanarli fisicamente dai pazienti più fragili. Il medico di famiglia “dipendente” rischia di diventare un numero in un ufficio, perdendo quella capillarità che è stata la forza del nostro sistema sanitario per decenni.

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Perché i giovani scappano?

Il decreto Schillaci arriva in un momento di crisi vocazionale senza precedenti. I giovani laureati in medicina fuggono dalla medicina generale. Preferiscono le specializzazioni ospedaliere o, sempre più spesso, l’estero. Perché dovrebbero accettare di diventare dipendenti pubblici con stipendi non competitivi e un carico di responsabilità immenso, quando il privato o la fuga offrono prospettive migliori?

La riforma, invece di rendere attraente la professione restituendole dignità e tempo per la clinica, sembra volerla “normalizzare”, appiattendola su un modello impiegatizio che non ha mai funzionato per chi deve gestire la salute delle persone.

Un grido d’allarme che non può restare inascoltato

La rivolta dei medici non è una difesa corporativa di privilegi. Al contrario, è la difesa di un modello di cura che mette al centro la persona. Se il medico di base diventa un dipendente pubblico standardizzato, a rimetterci sarà il cittadino.

  • Si perderà la continuità assistenziale: il medico di oggi potrebbe non essere quello di domani, a seconda dei turni e dei contratti.

  • Aumenterà la burocratizzazione: ogni decisione clinica potrebbe dover passare per il vaglio amministrativo della struttura di appartenenza.

  • Crollerà il filtro territoriale: con studi medici meno efficienti, il pronto soccorso diventerà l’unica porta d’accesso alla sanità, portando al collasso definitivo degli ospedali.

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Riformare la medicina generale è necessario, nessuno lo nega. Gli studi medici hanno bisogno di più tecnologia, più personale di supporto e meno scartoffie. Ma la soluzione non è trasformare i professionisti in “passacarte” di Stato.

La professione del medico di base è fondata sulla libertà e sulla responsabilità individuale. Distruggere questa autonomia significa spezzare l’ultimo legame rimasto tra lo Stato e la salute quotidiana dei cittadini. Il decreto Schillaci, se non verrà profondamente rivisto nel dialogo con chi la medicina la pratica ogni giorno sul campo, rischia di essere ricordato come il colpo di grazia a un sistema che, nonostante tutto, ci ha invidiato il mondo intero.

La medicina di famiglia non ha bisogno di nuovi padroni, ha bisogno di essere messa nelle condizioni di tornare a fare quello per cui è nata: curare le persone, non gestire pratiche.

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