Un click. Una mail. Una dichiarazione di maggiorenne. Bastano pochi secondi per varcare la soglia di un universo parallelo, un regno digitale costruito sul furto e sulla violazione. Qui, il corpo delle donne non appartiene più a loro.

Diventa merce, intrattenimento, un campo di battaglia per esercitare un potere distorto. Al centro di questo ecosistema tossico c’è SocialMediaGirls, l’ennesimo sito pornografico che ruba il corpo delle donne e lo trasforma in proprietà pubblica.

Un portale da 7 milioni di utenti, con server all’estero, che normalizza l’inimmaginabile: la cancellazione digitale della dignità umana, un pezzo di codice alla volta.

Questo non è solo porno.

È il sintomo di una frattura profonda nella nostra società, un luogo dove la tecnologia incontra il patriarcato più arcaico, e dove il deepnude senza consenso si rivela per quello che è: un crimine.

Cos’è SocialMediaGirls e come funziona l’inferno digitale

Il meccanismo di accesso è volutamente semplice, pensato per abbattere ogni bariera psicologica.

Due gesti banali – dichiarare di essere maggiorenni e inserire un indirizzo email – aprono le porte a un catalogo di violenza sistematica. I nuovi arrivati si trovano sommersi da pop-up di siti porno, pubblicità di canali OnlyFans, suggerimenti per cercare escort nelle vicinanze.

Ma il cuore oscuro del sito è altrove. È nel materiale rubato da telecamere di sorveglianza in studi medici o ascensori, nella condivisione di immagini intime sottratte senza permesso. E, soprattutto, è nelle applicazioni che sfruttano l’intelligenza artificiale per denudare qualsiasi donna o bambina a partire da una semplice foto presa dai social media.

Una foto di un compleanno, una vacanza, una laurea. Basta un’immagine innocente per scatenare l’incubo.

La portata del fenomeno è sconvolgente.

Il sito include una sezione dedicata alle “Vip italiane”, un elenco che legittima l’abuso rendendo oggetto di violenza anche le figure pubbliche più note.

Nomi come Annalisa, Laura Pausini, Angelina Mango, Matilde Gioli, Arisa, Elodie, Michelle Hunziker, Cristina D’Avena, Maria De Filippi, Chiara Ferragni e Selvaggia Lucarelli diventano bersagli.

Per alcune, come Diletta Leotta, il danno è doppio: ricompaiono infatti i file personali rubati dal suo cellulare anni fa, in una violazione che si ripete all’infinito.

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Questo dimostra che la violenza digitale non conosce prescrizione e che una volta che un’immagine entra in questo circuito, è quasi impossibile farla sparire.

Dal “gioco” al reato: il confine sottile della sextortion

Spesso, chi partecipa a questa economia dell’abuso lo definisce un “gioco”. Ma le conseguenze sono tutt’altro che virtuali. Il rischio è concreto e si chiama sextortion, l’estorsione a sfondo sessuale.

Quel materiale, generato senza consenso, può diventare un’arma per ricattare, umiliare e distruggere la vita delle vittime. L’allarme è stato lanciato per prima dalla giornalista Francesca Barra, che ha portato alla luce il meccanismo perverso del sito.

“Prendere l’immagine di qualcuno, manipolarla e diffonderla senza permesso non è un gioco, è una violenza che marchia la dignità, la fiducia”, ha dichiarato. Le sue parole squarciano il velo dell’indifferenza e rivelano la verità: si tratta di una premeditata cancellazione del diritto all’autodeterminazione.

È facile intuire che il pubblico di questi siti sia prevalentemente maschile. Sono uomini convinti di poter disporre del corpo altrui senza chiedere il permesso. Eppure, il consenso non si esercita solo nel contatto fisico.

Si esercita anche con un corpo “digitalizzato”, con un’immagine, con un avatar. Su SocialMediaGirls gli utenti compiono un salto qualitativo nell’abuso: usano app per svestire e violare virtualmente corpi ai quali non potrebbero mai accedere nella realtà.

Questa non è una dinamica di desiderio, ma di puro potere.

Perché il desiderio rispetta, il potere soggioga. Fantasticare su un sogno erotico non è un reato; lo diventa quando la fantasia si concretizza attraverso una tecnologia che viola la privacy, sfrutta l’immagine altrui e la espone a una diffusione potenzialmente infinita e dannosa.

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Rispondere alle vittimofobie: “Bastava non inviarla” non è una risposta

Di fronte a queste storie, c’è ancora chi reagisce con la domanda più crudele e fuorviante: “Se non volevi che venisse diffusa, bastava non inviarla?”.

Questa affermazione non solo è vittimofoba, ma dimostra una profonda incomprensione del problema. Nessuna donna invia una foto a un sito come SocialMediaGirls.

Le immagini vengono rubate da profili social pubblici, da chat private violate, da cloud hackerati.

Un’immagine innocente, scattata in spiaggia o a una festa, può essere prelevata e trasformata in un incubo di vergogna e gogna pubblica senza che la vittima abbia compiuto alcuna azione “sbagliata”.

L’uso dell’AI nella creazione di materiale pornografico non consensuale mette tutti i nostri corpi a rischio, indipendentemente dai nostri comportamenti.

Questa tecnologia ci costringe a interrogarci sul valore del nostro corpo digitale nell’era dell’iper-connessione. Che cos’è davvero la nostra identità online? Fino a che punto siamo disposti a cederne il controllo?

La risposta non può essere il ritiro dalla vita digitale. Deve essere, invece, un’educazione al digitale profonda, consapevole e non demonizzante ma critica. Un’educazione che spieghi ai giovani, e ricordi agli adulti, che cliccare su un deepnude non è un atto innocuo. È partecipare a un sistema di abuso. È dare il proprio consenso a una violenza.

Un problema culturale, non solo tecnologico

La diffusione di materiale pornografico – vero o falso che sia – senza consenso non parla solo di sesso. Parla di potere, di patriarcato, di abuso.

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Parla di come, culturalmente, gli uomini siano stati spesso educati a credere che il corpo altrui, in particolare quello femminile, sia in qualche modo una loro proprietà o un territorio da conquistare.

Chiedere a un’app di spogliare una donna o una bambina “solo per eccitarsi” non è un atto neutro. È già un esercizio di dominio, la normalizzazione di una violenza che, partendo dal virtuale, può avere ripercussioni gravissime nel reale.

Capire le derive pericolose di questi strumenti è un atto di tutela collettiva.

È un dovere per gli adulti che assistono a un cambiamento epocale senza precedenti, e una necessità vitale per i più giovani, che in questo mutamento stanno crescendo e formando la loro idea di sessualità e rispetto.

La legge italiana, con il cosiddetto “codice rosso”, ha introdotto reati specifici per perseguire chi diffonde immagini o video sessualmente espliciti senza consenso. Ma la legge da sola non basta. Serve un cambiamento radicale della mentalità.

Serve ricordare che un corpo, anche quello digitale, è sempre una persona. E che nessuna tecnologia potrà mai cancellare questo diritto fondamentale.

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