Per capire davvero perché le basi americane in Italia e in Europa stiano vivendo il momento più delicato della loro storia recente, bisogna allontanarsi per un attimo dalle vecchie cartine geografiche della Guerra Fredda e guardare a quello che sta accadendo nelle stanze del potere a Washington e nei teatri di guerra internazionali.
L’equilibrio si sta inclinando a causa di tre fattori principali.
1. La dottrina Trump e il “conto della sicurezza”
La prima ragione, la più evidente, è strettamente politica ed è legata al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Il presidente americano ha ripreso con forza una linea già tracciata in passato: considerare la NATO e le basi militari all’estero non come impegni ideologici e intoccabili, ma come contratti commerciali.
Il ragionamento di Washington è lineare: mantenere decine di migliaia di soldati in Europa (circa 36.000 solo in Germania e più di 12.000 in Italia) ha costi esorbitanti per il contribuente americano.
Trump ha esplicitamente minacciato di tagliare i contingenti o di chiudere intere infrastrutture strategiche se i Paesi europei non aumenteranno la loro spesa per la difesa, sollevando gli Stati Uniti da una parte del peso economico.
Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, sta provando a mediare proponendo contratti esclusivi per l’acquisto di armi americane da parte dell’Europa, ma lo spettro di un disimpegno parziale resta concreto.
2. Il nodo del Medio Oriente: uso logistico contro uso d’attacco
Il punto di rottura più caldo non è però solo economico, ma operativo, ed è emerso con forza a seguito delle gravissime tensioni tra Stati Uniti e Iran. Durante le operazioni belliche aeree americane, Paesi come l’Italia, la Spagna e la Francia hanno fatto valere la propria sovranità territoriale opponendo dei severi “paletti”.
L’Italia, ad esempio, ha chiarito la propria linea: le basi sul nostro territorio (come Sigonella in Sicilia o Aviano in Friuli) possono essere utilizzate dagli americani per scopi logistici, difensivi, di rifornimento o di routine.
Tuttavia, se gli Stati Uniti intendono usarle come piattaforme di lancio per attacchi diretti e operazioni di tipo combat contro Paesi terzi, per la Costituzione italiana serve l’ok del Parlamento. Il diniego all’uso incondizionato delle basi ha indispettito l’amministrazione statunitense, portando molti analisti al Pentagono a farsi una domanda pragmatica: “Ha senso spendere miliardi per mantenere basi in Europa se, nel momento del bisogno bellico, gli alleati ci pongono veti politici?”
3. Il cambio dei piani strategici del Pentagono
Infine, c’è un fattore puramente militare. Molte delle strutture attuali sono figlie di un’epoca in cui ci si preparava a una potenziale invasione di terra da est. Oggi la guerra è cambiata: si combatte con droni a lungo raggio, cyber-attacchi e sistemi missilistici che non necessitano di imponenti caserme fisse con migliaia di soldati e famiglie al seguito.
Mentre in Europa dell’Est (come in Polonia e Romania) la presenza USA viene talvolta rafforzata in ottica di deterrenza, nei Paesi dell’Europa occidentale molte installazioni secondarie rischiano di essere considerate obsolete o doppioni inefficienti.
Cosa succede ora? Difficilmente assisteremo a uno smantellamento totale improvviso: la macchina logistica americana in Europa è troppo radicata. Tuttavia, il rischio reale è quello di un progressivo “svuotamento” e di un ridimensionamento dei contingenti, trasformando le grandi installazioni storiche in semplici punti d’appoggio temporanei, con forti ripercussioni anche sulle economie locali che attorno a quelle basi sono cresciute per decenni.
Per comprendere meglio il clima e le preoccupazioni dei territori coinvolti, il servizio di US military bases in Italy, fears of war in Iran – Agorà 05/03/2026 mostra da vicino le reazioni delle comunità locali italiane e il dibattito sulla sicurezza sollevato dall’innalzamento dei livelli di allerta attorno alle installazioni statunitensi.


