Un’adolescente di dodici anni ha denunciato di aver subito violenze sessuali per due anni da parte di due cugini e un amico. Le accuse includono la diffusione su WhatsApp di video degli abusi, utilizzati come minaccia. L’indagato maggiorenne, attraverso il suo legale, respinge le accuse più gravi.

L’incubo inizia a dieci anni

Una ragazzina di Sulmona, nell’aquilano, ha sporto denuncia alla fine di agosto, raccontando ai Carabinieri di aver subito abusi ripetuti da quando ne aveva dieci. Le violenze, a suo dire, sono state commesse dai due cugini, di diciotto e quattordici anni, e da un amico di diciassette. I tre l’avrebbero attirata più volte in un’abitazione, abusato di lei e minacciato di divulgare il materiale video registrato se si fosse sottratta alle loro richieste. Quando la dodicenne ha trovato il coraggio di rifiutarsi, gli indagati hanno iniziato a inviare effettivamente i filmati attraverso l’app di messaggistica WhatsApp.

Gli arresti e la posizione del maggiorenne

Le indagini dei Carabinieri hanno portato all’arresto, lo scorso 24 ottobre, dei tre giovani. Le accuse sono di violenza sessuale di gruppo e diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite. La difesa del cugino maggiorenne, l’avvocato Alessandro Scelli, ha presentato una versione dei fatti radicalmente diversa. Dopo l’interrogatorio con il giudice, il legale ha descritto il proprio cliente come “più che provato” e con un aspetto fisico che “sembra un minorenne”. Davanti al gip, il ragazzo si è proclamato innocente.

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La difesa: “Un solo video, nessun atto intimo”

L’avvocato Scelli ha ribadito la linea difensiva. Il suo assistito avrebbe ammesso di aver realizzato “personalmente un solo video”. In questa ripresa, secondo quanto dichiarato, l’amico diciassettenne sarebbe vestito e la ragazza risulterebbe seminuda, ma “non in atteggiamenti intimi”. La difesa nega pertanto categoricamente l’esistenza di presunti atti sessuali tra l’accusato e la cugina. La ricostruzione fornita dall’avvocato attribuisce la richiesta di girare il filmato proprio al diciassettenne. Quest’ultimo, non avendo con sé il telefono, avrebbe “assegnato” il compito all’amico maggiorenne.

La dinamica delle minacce e la diffusione dei video

La accusa, supportata dalla denuncia della vittima, dipinge un quadro sistematico di violenza e coercizione. Le minacce di divulgare i video costituivano il mezzo per assicurarsi il silenzio e la sottomissione della minore. La decisione della dodicenne di ribellarsi e di non cedere più alle richieste ha innescato la fase successiva del reato: la diffusione su WhatsApp dei contenuti. Questo passaggio ha trasformato la violenza privata in un danno pubblico, aggravando le conseguenze psicologiche per la vittima e il quadro accusatorio per gli indagati.

Le indagini proseguono

Le forze dell’ordine stanno ora lavorando per verificare la consistenza delle diverse versioni dei fatti. L’acquisizione e l’analisi delle prove digitali, inclusi i video e le conversazioni su WhatsApp, saranno cruciali per ricostruire la verità. Il caso ha scosso la comunità di Sulmona e riaccende i riflettori sul fenomeno della violenza di genere tra giovanissimi e sull’uso distorto della tecnologia per commettere e amplificare reati.

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